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Bisogni Educativi Speciali (BES): Definizione e Tipologie 2026

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BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI: la guida definitiva al significato dell'acronimo BES, alle tre categorie previste dalla normativa, al Piano Didattico Personalizzato e a tutto ciò che genitori, insegnanti e studenti devono sapere.

Cosa sono i Bisogni Educativi Speciali (BES)?

I Bisogni Educativi Speciali sono un concetto pedagogico — non una diagnosi medica — introdotto dalla Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012. Identificano gli alunni che necessitano di una didattica personalizzata per ragioni di disabilità, disturbi specifici dell'apprendimento, o svantaggio socio-economico, linguistico o culturale.

In questa guida trovi le tre categorie ufficiali, la normativa di riferimento, il funzionamento del PDP, e la differenza decisiva tra gestire una difficoltà a scuola e risolverla alla radice.

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In sintesi (in 30 secondi)

Sono una categoria scolastica, non clinica. Includono tutti gli alunni che, per motivi temporanei o permanenti, hanno bisogno di una didattica personalizzata. La Direttiva del 27/12/2012 individua tre macro-categorie: alunni con disabilità certificata (Legge 104/1992), alunni con disturbi evolutivi specifici — tra cui i DSA (Legge 170/2010) — e alunni con svantaggio socio-economico, linguistico o culturale. Lo strumento operativo della scuola è il Piano Didattico Personalizzato (PDP). Il BES non dà automaticamente diritto all'insegnante di sostegno: il sostegno è previsto solo per la Legge 104.

L'acronimo BES — Bisogni Educativi Speciali — è entrato nel linguaggio scolastico italiano con la Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 e da allora è diventato uno dei temi più dibattuti, e spesso più fraintesi, del mondo dell'istruzione. Riguarda quasi un alunno su cinque nelle scuole italiane.

Eppure, attorno a questo tema, le domande non finiscono mai. Un BES è una diagnosi? È una certificazione? È una categoria scolastica? Che differenza c'è tra un BES e un DSA, o tra un BES e un alunno con disabilità tutelato dalla Legge 104? Un alunno BES ha diritto all'insegnante di sostegno? Si può rifiutare un PDP? Le risposte, troppo spesso, arrivano frammentate da fonti diverse — la maestra, lo specialista, il sito della scuola, un forum — e finiscono per generare più confusione che chiarezza.

Questa guida nasce per fare ordine definitivo su un tema che la normativa stessa ha lasciato in alcuni punti volutamente ambiguo. È stata scritta dal team pedagogico di DysWay®, il metodo italiano specializzato nelle differenze di apprendimento, e si rivolge a tre tipi di lettore: il genitore che cerca di orientarsi dopo una segnalazione della scuola, l'insegnante che ha bisogno di un quadro normativo aggiornato, e lo studente universitario di scienze della formazione che cerca una sintesi affidabile.

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Cosa sono i Bisogni Educativi Speciali (BES): definizione e significato

Il termine "Bisogni Educativi Speciali" indica una condizione di difficoltà nell'apprendimento o nella partecipazione alla vita scolastica che richiede, da parte della scuola, una risposta didattica personalizzata.

A differenza di una diagnosi medica, il BES non è una patologia e non si "cura". È un concetto pedagogico: descrive una situazione in cui un alunno, per ragioni diverse — temporanee o permanenti, di natura biologica, psicologica, sociale o culturale — fatica a seguire il percorso didattico standard senza un supporto specifico.

In altre parole: un BES non è qualcosa che un ragazzo ha, è qualcosa di cui la scuola deve farsi carico.

L'acronimo BES e il suo significato pedagogico

BES è l'acronimo di Bisogni Educativi Speciali. La definizione formale, contenuta nella Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012, descrive un'area dello svantaggio scolastico molto più ampia di quella riconducibile ai soli deficit certificati. Comprende, infatti, tutti gli alunni che, per motivi fisici, biologici, fisiologici, psicologici o sociali, manifestano una richiesta di particolare attenzione da parte della scuola.

Il punto cruciale è la parola "speciali": non significa "diversi" o "inferiori", ma specifici di quel singolo ragazzo in quel singolo momento del suo percorso. Un alunno può avere un BES per un periodo limitato — pensiamo a uno studente straniero appena arrivato in Italia, che ha bisogno di tempo per acquisire la lingua — oppure per tutto il percorso scolastico, come nel caso di un ragazzo con dislessia.

Il concetto di BES sposta l'attenzione dal deficit dell'individuo al contesto educativo. Non chiede al ragazzo di adattarsi alla scuola, chiede alla scuola di adattarsi al ragazzo.

L'origine internazionale del concetto: dai Special Educational Needs alla Dichiarazione di Salamanca

Il concetto non nasce in Italia. La sua origine è nel Regno Unito alla fine degli anni '70, con il celebre Warnock Report del 1978, che per la prima volta introduce il termine Special Educational Needs (SEN) per superare la rigida distinzione tra alunni "handicappati" e "non handicappati" e includere tutte le situazioni di difficoltà nell'apprendimento.

Quindici anni dopo, nel 1994, l'UNESCO adotta ufficialmente il concetto a livello internazionale con la Dichiarazione di Salamanca, un documento firmato da 92 governi che sancisce il diritto di ogni bambino a un'istruzione inclusiva, indipendentemente dalle sue caratteristiche individuali.

In Italia, il concetto arriva con un certo ritardo — verrà formalmente recepito solo nel 2012 — ma si innesta su una tradizione di inclusione scolastica che è tra le più avanzate al mondo, fondata sulla Legge 517 del 1977 (che ha abolito le classi differenziali) e sulla Legge 104 del 1992 (che ha sancito i diritti delle persone con disabilità).

Perché il BES non è una diagnosi medica ma un concetto pedagogico

Questo è il punto su cui si concentra la maggior parte dei fraintendimenti. Il BES non è una diagnosi. Nessun medico può "diagnosticare un BES" e nessun documento clinico riporterà mai la dicitura "Bisogno Educativo Speciale" come categoria nosologica.

Il BES è una categoria scolastica, non clinica. Si fonda sul modello ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health) dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, che valuta non il deficit in sé ma il funzionamento della mente e della persona nel proprio contesto di vita.

Questa distinzione ha conseguenze pratiche molto concrete:

  • ▸ Un ragazzo con dislessia ha una diagnosi di DSA (rilasciata da neuropsichiatra o psicologo) e di conseguenza rientra automaticamente tra i BES.
  • ▸ Un ragazzo straniero appena arrivato in Italia non ha alcuna diagnosi, ma può essere riconosciuto come BES dal Consiglio di Classe sulla base di considerazioni psicopedagogiche.

In entrambi i casi la scuola attiva un percorso personalizzato. Ma il percorso che porta al riconoscimento è diverso: clinico nel primo, didattico-osservativo nel secondo. È una distinzione che torneremo a chiarire nei paragrafi successivi, perché è la chiave per capire tutto il resto della normativa.

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La Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012: la nascita ufficiale dei BES in Italia

Prima del 27 dicembre 2012, il termine "BES" non esisteva nella scuola italiana. Le difficoltà di apprendimento erano regolate da due sole leggi: la Legge 104/1992 per la disabilità certificata e la Legge 170/2010 per i Disturbi Specifici dell'Apprendimento.

Tutto ciò che stava in mezzo — gli alunni con BES per ragioni di svantaggio, gli alunni stranieri, i ragazzi con difficoltà reali ma senza diagnosi — non aveva alcuna tutela formale. La Direttiva del 27/12/2012, nota come "Strumenti d'intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l'inclusione scolastica", ha colmato proprio questo vuoto.

Cosa stabilisce la Direttiva del 27/12/2012

La Direttiva Ministeriale rappresenta una svolta culturale prima ancora che normativa. Per la prima volta il MIUR riconosce che lo svantaggio scolastico è un fenomeno molto più ampio della sola disabilità o dei DSA. Estende a tutti gli alunni in difficoltà il diritto alla personalizzazione dell'apprendimento.

📜 Citazione Normativa

"In ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse. Quest'area dello svantaggio scolastico, che ricomprende problematiche diverse, viene indicata come area dei Bisogni Educativi Speciali."

— Direttiva Ministeriale 27 dicembre 2012

La Direttiva introduce due principi fondamentali. Primo: l'identificazione dei BES non richiede necessariamente una certificazione medica, ma può basarsi anche su valutazioni psicopedagogiche fatte dai docenti stessi. Secondo: lo strumento operativo per ogni alunno BES è il Piano Didattico Personalizzato (PDP), che la scuola elabora in collaborazione con la famiglia.

La Circolare Ministeriale n. 8 del 6 marzo 2013

La Direttiva del 2012 è stata immediatamente seguita, pochi mesi dopo, dalla Circolare Ministeriale n. 8 del 6 marzo 2013, che ne ha specificato l'applicazione operativa nelle scuole. È questa Circolare che ha:

  • ▸ chiarito chi può attivare un PDP e con quali tempistiche;
  • ▸ specificato il ruolo del Consiglio di Classe nell'individuazione dei BES non certificati;
  • ▸ introdotto il GLI (Gruppo di Lavoro per l'Inclusione) come organo di coordinamento all'interno di ogni scuola.

A distanza di pochi mesi è seguita anche la Nota Ministeriale n. 2563 del 22 novembre 2013, che ha ulteriormente precisato i casi in cui la scuola è autonoma nel decidere se redigere o meno un PDP, anche in presenza di richiesta della famiglia.

Il quadro normativo completo: le tre leggi che regolano l'inclusione scolastica in Italia

Oggi, l'inclusione scolastica italiana poggia su un sistema normativo a tre pilastri, ognuno dedicato a una categoria specifica di alunni:

Legge Anno Tutela Documento
Legge 104 1992 Disabilità certificata PEI (Piano Educativo Individualizzato)
Legge 170 2010 Disturbi Specifici dell'Apprendimento (DSA) PDP (Piano Didattico Personalizzato)
Direttiva 27/12/2012 2012 Altri BES (svantaggio, ADHD, ecc.) PDP (Piano Didattico Personalizzato)

Le tre normative non si escludono: si integrano. Un alunno con disabilità certificata è — al tempo stesso — un BES. Un alunno con DSA è — al tempo stesso — un BES. La Direttiva del 2012 non sostituisce le leggi precedenti, ma le comprende sotto un cappello pedagogico più ampio, aggiungendo alla tutela formale anche tutti quegli alunni che, prima del 2012, restavano in una zona grigia.

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Le tre categorie di BES: chi sono gli alunni con Bisogni Educativi Speciali

La Direttiva del 27 dicembre 2012 individua tre macro-categorie di alunni BES. Sono le tre aree dello svantaggio scolastico che la scuola italiana riconosce come meritevoli di attenzione didattica personalizzata. Conoscerle è il primo passo per orientarsi: capire a quale categoria di BES appartiene uno studente determina infatti il tipo di documento che la scuola dovrà redigere, il percorso di riconoscimento, e — punto su cui torneremo — l'eventuale diritto al sostegno.

Categoria 1 — Alunni con disabilità certificata (Legge 104/1992)

La prima categoria comprende gli alunni con disabilità riconosciuta ai sensi della Legge 104 del 5 febbraio 1992. Si tratta di disabilità certificate da una commissione medica pubblica (ASL o struttura accreditata), che possono essere di natura fisica, sensoriale, intellettiva o relazionale.

Rientrano in questa categoria, ad esempio, gli alunni con:

  • ▸ patologie genetiche (sindrome di Down, sindromi rare, ecc.);
  • ▸ disturbi dello spettro autistico;
  • ▸ disabilità motorie e sensoriali (cecità, sordità, paralisi);
  • ▸ ritardi cognitivi e disabilità intellettive.

Per questa categoria, lo strumento previsto è il PEI — Piano Educativo Individualizzato, e — in base al comma di legge riconosciuto — viene assegnato un insegnante di sostegno con un numero di ore variabile in funzione della gravità.

Categoria 2 — Alunni con disturbi evolutivi specifici, inclusi i DSA (Legge 170/2010)

La seconda categoria è la più articolata e comprende tutti i disturbi evolutivi specifici che non rientrano nella Legge 104. È al suo interno che troviamo i DSA — Disturbi Specifici dell'Apprendimento, regolamentati dalla Legge 170 dell'8 ottobre 2010.

Fanno parte di questa categoria:

  • ▸ DSA: dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia;
  • ▸ ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività);
  • ▸ disturbi specifici del linguaggio (DSL);
  • ▸ disturbi della coordinazione motoria;
  • ▸ deficit delle abilità non verbali;
  • ▸ funzionamento intellettivo limite (FIL);
  • ▸ disturbi dello spettro autistico ad alto funzionamento;
  • ▸ alunni ad alto potenziale cognitivo (plusdotazione).

Per gli alunni con DSA certificati ai sensi della Legge 170, il PDP è obbligatorio. Per gli altri disturbi evolutivi, la scuola può decidere autonomamente se predisporre un PDP, sulla base di valutazioni psicopedagogiche e didattiche.

Categoria 3 — Alunni con svantaggio socio-economico, linguistico e culturale

La terza categoria è quella più innovativa introdotta dalla Direttiva del 2012. Comprende alunni che vivono difficoltà di apprendimento dovute non a un deficit intrinseco, ma a fattori contestuali esterni: svantaggio economico, deprivazione culturale, barriere linguistiche, situazioni familiari difficili.

Esempi tipici sono:

  • ▸ alunni di origine straniera che non padroneggiano ancora la lingua italiana;
  • ▸ minori in affidamento o con situazioni familiari problematiche segnalate dai servizi sociali;
  • ▸ alunni in condizioni di grave svantaggio economico;
  • ▸ ragazzi con difficoltà comportamentali o relazionali transitorie.

A differenza delle prime due categorie, per questi alunni non esiste alcuna certificazione medica. È il Consiglio di Classe, in autonomia, a riconoscere la condizione di BES sulla base di "ben fondate considerazioni psicopedagogiche e didattiche". Si tratta della categoria più discussa, perché lascia un margine di interpretazione significativo agli insegnanti — un margine che è insieme opportunità di flessibilità e rischio di applicazione disomogenea tra scuole diverse.

Tabella comparativa: le 3 categorie BES a confronto

Categoria Esempi Normativa Documento Sostegno?
1. Disabilità Sindromi genetiche, autismo, disabilità sensoriali e motorie Legge 104/1992 PEI ✅
2. Disturbi evolutivi specifici DSA (dislessia, discalculia...), ADHD, DSL Legge 170/2010 + Direttiva 2012 PDP ❌
3. Svantaggio Stranieri, situazioni economiche/sociali difficili Direttiva 27/12/2012 PDP (facoltativo) ❌
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BES e DSA: qual è la differenza?

Sono di gran lunga le due sigle più confuse del panorama scolastico italiano. La risposta breve è semplice: i DSA sono una sottocategoria dei BES, ma non tutti i BES sono DSA.

In altre parole: ogni alunno con dislessia, discalculia, disgrafia o disortografia rientra automaticamente tra gli alunni con Bisogni Educativi Speciali. Ma esistono molti BES che non sono DSA: gli alunni con disabilità certificata (Legge 104), con ADHD, gli studenti stranieri, le situazioni di svantaggio socio-economico. Cambia anche il processo di riconoscimento: i DSA si diagnosticano clinicamente, gli altri BES possono essere identificati anche dalla sola scuola.

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Come funziona il BES a scuola: PDP, strumenti compensativi e misure dispensative

Riconoscere uno studente come portatore di un Bisogno Educativo Speciale significa attivare, sul piano scolastico, un percorso didattico personalizzato. Lo strumento operativo che traduce il riconoscimento in azione concreta è il Piano Didattico Personalizzato — PDP.

Insieme al PDP, la normativa prevede due categorie di interventi specifici: gli strumenti compensativi e le misure dispensative. Sono parole che ogni genitore di un ragazzo con Bisogni Educativi Speciali o DSA si trova prima o poi a sentire, ma sono anche parole su cui si gioca una distinzione importante — che chiariremo meglio nella sezione 8.

Il Piano Didattico Personalizzato (PDP) in sintesi

Il PDP è un documento ufficiale redatto dalla scuola che descrive, materia per materia, le strategie didattiche personalizzate adottate per uno specifico alunno. Viene compilato dal Consiglio di Classe (alle medie e superiori) o dal team docenti (alle elementari), in collaborazione con la famiglia, e firmato dal Dirigente Scolastico, dai docenti e dai genitori.

Il PDP contiene tipicamente:

  • ▸ una descrizione dell'alunno e della sua condizione (con riferimento alla diagnosi, se presente);
  • ▸ gli obiettivi didattici personalizzati materia per materia;
  • ▸ gli strumenti compensativi e le misure dispensative previsti;
  • ▸ i criteri di valutazione adattati;
  • ▸ le modalità di verifica e d'esame.

È un documento dinamico: viene aggiornato ogni anno scolastico e può essere modificato in itinere se le esigenze dell'alunno cambiano.

Cosa sono gli strumenti compensativi

Gli strumenti compensativi sono ausili tecnologici e didattici che servono a compensare una difficoltà specifica, permettendo all'alunno di svolgere il compito con strategie alternative. Sono, di fatto, soluzioni di affiancamento esterno: non lavorano sulla causa della difficoltà, ma sulla sua gestione quotidiana.

Tra gli strumenti compensativi più comuni previsti dal MIUR ci sono:

  • ▸ la calcolatrice per gli alunni con discalculia;
  • ▸ il computer con correttore ortografico per gli alunni con disgrafia o disortografia;
  • ▸ la sintesi vocale (text-to-speech) per gli alunni con dislessia;
  • ▸ le mappe concettuali e schemi durante interrogazioni e verifiche;
  • ▸ le registrazioni audio delle lezioni;
  • ▸ la tabella delle formule matematiche o dei verbi.

Sono strumenti utili nel breve periodo, ma vanno usati con consapevolezza. Compensare significa, letteralmente, bilanciare un'assenza: lo strumento sostituisce un'abilità che il ragazzo non riesce a esercitare autonomamente. Un punto su cui torneremo nella sezione 8.

Cosa sono le misure dispensative

Le misure dispensative sono provvedimenti che esonerano l'alunno da attività che, in relazione alla sua specifica condizione, sarebbero penalizzanti senza apportare alcun beneficio formativo. A differenza degli strumenti compensativi, non aggiungono qualcosa al percorso dell'alunno — ne tolgono qualcosa.

Tra le misure dispensative più frequenti previste dalla normativa:

  • ▸ la dispensa dalla lettura ad alta voce in classe per alunni con dislessia;
  • ▸ l'esonero dalla scrittura veloce sotto dettatura;
  • ▸ tempi più lunghi per lo svolgimento delle verifiche scritte;
  • ▸ la riduzione del carico di compiti a casa;
  • ▸ l'interrogazione programmata anziché a sorpresa;
  • ▸ la valutazione orale anziché scritta in alcune discipline.

Le misure dispensative vanno calibrate caso per caso, sempre con l'obiettivo di non differenziare gli obiettivi formativi rispetto al resto della classe. Esonerare non significa abbassare il livello: significa permettere all'alunno di raggiungere lo stesso traguardo per una via diversa.

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Certificazione BES: chi la rilascia e quando è davvero necessaria

È una delle domande più frequenti tra i genitori che si avvicinano per la prima volta a questo tema: "Mio figlio ha bisogno di una certificazione per essere riconosciuto come BES?" La risposta, come spesso accade, dipende dalla categoria in cui rientra l'alunno.

BES "certificati": Legge 104 e DSA

Per le prime due tipologie di alunni con BES, esiste un percorso di certificazione clinica ben preciso.

Per la Legge 104 (disabilità), la certificazione viene rilasciata dalle commissioni mediche dell'ASL o da strutture accreditate, in base ai parametri definiti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Per i DSA (Legge 170), la diagnosi viene effettuata da un'équipe multidisciplinare composta da neuropsichiatra infantile, psicologo e logopedista, presso le Unità Operative di Neuropsichiatria Infantile dell'ASL o presso strutture private accreditate. La diagnosi deve riportare i codici nosologici specifici (categoria F81 dell'ICD-10) e la dicitura esplicita del DSA in oggetto.

Una volta consegnata alla scuola, la diagnosi attiva automaticamente l'obbligo di redazione del PDP ai sensi della Legge 170. La famiglia non deve "chiedere" il PDP: la scuola è tenuta a predisporlo.

BES "non certificati": il ruolo del Consiglio di Classe

Per la terza categoria di BES — quella dello svantaggio socio-economico, linguistico e culturale — non esiste alcuna certificazione. Il riconoscimento avviene esclusivamente in ambito scolastico, attraverso la valutazione del Consiglio di Classe.

In questi casi, la scuola identifica il bisogno educativo speciale sulla base di "ben fondate considerazioni psicopedagogiche e didattiche", eventualmente supportate da segnalazioni dei servizi sociali o da osservazioni dirette degli insegnanti. La decisione viene verbalizzata nel registro del Consiglio di Classe, con la motivazione esplicita dei criteri adottati.

A differenza dei DSA, in questo caso la scuola non è obbligata a redigere il PDP: è una facoltà del Consiglio di Classe, che può scegliere di formalizzare gli interventi nel PDP oppure di adottare strategie didattiche personalizzate senza un documento formale. La scelta resta della scuola, in piena autonomia.

Il modello ICF dell'OMS come base di valutazione

Sia per i BES certificati sia per quelli non certificati, il riferimento concettuale è il modello ICF — International Classification of Functioning, Disability and Health dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

L'ICF è un sistema di classificazione biopsicosociale che valuta la persona non solo in base ai suoi deficit, ma considerando:

  • ▸ il suo funzionamento globale (capacità cognitive, motorie, relazionali);
  • ▸ l'ambiente in cui vive (famiglia, scuola, contesto sociale);
  • ▸ l'interazione tra deficit e ambiente.

Questo modello supera la logica medico-centrica tradizionale e adotta una visione olistica: una stessa difficoltà può tradursi in un BES o non tradursi in un BES, a seconda di quanto l'ambiente è — o non è — in grado di supportare la persona. È un modo di pensare l'apprendimento che mette al centro il funzionamento concreto del ragazzo nel suo contesto, non l'etichetta diagnostica.

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Perché gli alunni BES non hanno automaticamente diritto al sostegno

È uno dei più diffusi fraintendimenti tra le famiglie italiane: "Mio figlio è un alunno BES, quindi avrà l'insegnante di sostegno." Non è così. E capire perché è importante, perché evita aspettative sbagliate e permette ai genitori di orientarsi correttamente nel sistema scolastico.

Il sostegno è previsto solo per la Legge 104

L'insegnante di sostegno è una figura prevista esclusivamente dalla Legge 104 del 1992. Viene assegnato in base alla certificazione di disabilità rilasciata dalla commissione medica dell'ASL, e il numero di ore settimanali dipende dalla gravità riconosciuta.

Tutte le altre tipologie di alunni con BES — DSA, ADHD, disturbi del linguaggio, svantaggio socio-economico — non danno diritto all'insegnante di sostegno. La normativa prevede invece, per queste categorie, l'attivazione di un PDP con strumenti compensativi e misure dispensative, ma all'interno della classe ordinaria, senza affiancamento di un docente dedicato.

È una scelta normativa coerente con la natura stessa del Bisogno Educativo Speciale: il sostegno individuale è pensato per situazioni di disabilità che richiedono un affiancamento costante. Per le altre categorie — incluse quelle dei DSA — la normativa privilegia l'inclusione nella didattica ordinaria, con strumenti che permettano all'alunno di seguire il programma insieme al resto della classe.

Cosa prevede il MIUR per gli alunni BES senza certificazione di disabilità

Per gli studenti con BES non rientranti nella Legge 104, il MIUR ha previsto un sistema di supporto distribuito, che coinvolge tutti i docenti della classe e non un singolo insegnante dedicato. Gli strumenti principali sono:

  • ▸ la redazione di un PDP (obbligatorio per i DSA, facoltativo per le altre categorie);
  • ▸ l'adozione di strumenti compensativi e misure dispensative;
  • ▸ la personalizzazione delle verifiche e delle valutazioni;
  • ▸ l'eventuale supporto di un tutor DSA esterno alla scuola, scelto e pagato dalla famiglia.

Esiste poi, in alcune scuole, la figura del Referente BES o Referente DSA, un docente designato dal Collegio dei Docenti che funge da punto di riferimento per le famiglie e per il coordinamento didattico, ma che non è un insegnante di sostegno.

Per i ragazzi con DSA, in particolare, gran parte del supporto reale arriva da percorsi extrascolastici: tutor, doposcuola specializzati, e — quando si vuole andare oltre la pura compensazione — percorsi metodologici risolutivi.

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Oltre il BES: dalla gestione scolastica alla risoluzione cognitiva

C'è un punto che la normativa BES, per quanto avanzata, non affronta. Ed è il punto più importante per qualsiasi famiglia di un ragazzo con DSA — di gran lunga la tipologia più numerosa tra gli alunni con BES italiani.

La normativa BES è una cornice di gestione scolastica. Funziona benissimo per quello che si propone: garantire all'alunno il diritto allo studio, evitare che le difficoltà diventino insuccesso scolastico, permettere di portare a termine il percorso di studi con strumenti adeguati. È un sistema che protegge.

Ma c'è una distinzione che vale la pena fare con onestà: una cosa è gestire una difficoltà a scuola, un'altra è risolverla alla radice. Il PDP, gli strumenti compensativi, le misure dispensative — tutto il vocabolario della normativa sui Bisogni Educativi Speciali — affrontano la difficoltà sul piano del funzionamento scolastico. Permettono di leggere quando la lettura è faticosa, di calcolare quando il calcolo è difficile, di scrivere quando la scrittura è confusa. Ma non lavorano sui meccanismi della mente che generano quella faticosità.

Per gran parte degli studenti BES — soprattutto quelli con DSA — questo significa che, anno dopo anno, la difficoltà rimane. Si gestisce, si compensa, si dispensa. Ma non si risolve. E il ragazzo cresce con la convinzione di avere bisogno permanente di strumenti esterni per fare ciò che, in realtà, la sua mente potrebbe imparare a fare in piena autonomia.

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Domande frequenti sui Bisogni Educativi Speciali

Le persone spesso chiedono anche:

Un alunno BES ha diritto all'insegnante di sostegno?

No. L'insegnante di sostegno è previsto solo per gli alunni con disabilità certificata ai sensi della Legge 104/1992. Le altre categorie di BES — DSA, ADHD, disturbi del linguaggio, svantaggio socio-economico — hanno diritto a un PDP con strumenti compensativi e misure dispensative, ma non a un docente dedicato.

Si può rifiutare il PDP per un alunno BES?

Sì, le famiglie hanno il diritto di rifiutare il PDP, e in questo caso devono firmare una dichiarazione formale di rinuncia che viene inserita nel fascicolo dell'alunno. È una scelta che merita riflessione: rifiutare il PDP significa rinunciare alle tutele previste — strumenti compensativi e misure dispensative — anche durante gli esami di Stato. Per i DSA con diagnosi, in particolare, la rinuncia non elimina il disturbo ma solo il supporto formale che la scuola può offrire.

Il BES è permanente o può essere rimosso?

Dipende dalla categoria. Per i BES certificati ai sensi della Legge 104 e per i DSA (Legge 170), la condizione è permanente. Per i BES legati a svantaggio socio-economico, linguistico o culturale, il riconoscimento è tipicamente temporaneo: il PDP viene rivalutato ogni anno e può essere interrotto quando le condizioni che l'avevano motivato non sussistono più (per esempio, quando un alunno straniero ha acquisito una padronanza sufficiente della lingua italiana).

Il BES viene segnalato sulla pagella o sul diploma?

No. La condizione di BES — così come quella di DSA — non viene mai indicata sulla pagella né sul diploma. La normativa è esplicita su questo punto: il percorso personalizzato non deve in alcun modo penalizzare l'alunno né essere reso pubblico. Anche durante gli esami di Stato, le commissioni adottano gli strumenti compensativi previsti senza che questo risulti dai certificati finali.

Cosa cambia tra BES alle elementari, medie e superiori?

Il quadro normativo è lo stesso in tutti gli ordini di scuola. Cambia però l'impatto pratico: alle elementari le difficoltà tendono a manifestarsi sui meccanismi di base (lettura, scrittura, calcolo); alle medie diventano più visibili sullo studio autonomo e sull'organizzazione; alle superiori l'aumento del carico disciplinare e dei testi da memorizzare può far emergere difficoltà che alle medie sembravano gestite. È spesso il passaggio da un grado all'altro a far esplodere problemi prima sottovalutati.

Il BES esiste anche all'università?

In senso formale no: la normativa BES si applica al sistema scolastico fino al diploma. All'università esistono però tutele specifiche per gli studenti con DSA e disabilità, regolate dalla Legge 17/1999 e dalla Legge 170/2010. Ogni ateneo ha un Servizio Disabilità e DSA che si occupa di garantire pari opportunità: tempi aggiuntivi negli esami, possibilità di sostenere le prove con strumenti compensativi, supporto nella scelta dei piani di studio. Per le altre categorie di BES (svantaggio socio-economico), il sistema universitario interviene tipicamente attraverso borse di studio e supporti economici, non con piani didattici personalizzati.

Quali sono i BES alle scuole superiori?

Alle superiori il quadro normativo è identico a quello delle medie ed elementari: si applicano la Legge 104, la Legge 170 e la Direttiva del 27/12/2012. Quello che cambia è la visibilità delle difficoltà: con il maggior carico di studio, materie più astratte e un volume di testi da memorizzare molto superiore, gli alunni BES — soprattutto quelli con DSA — possono trovarsi in difficoltà più ampia rispetto alle medie. È in questa fase che molte famiglie capiscono per la prima volta che gli strumenti compensativi, da soli, non bastano.

Cosa fare se la scuola non riconosce mio figlio come BES?

Se la scuola non attiva il riconoscimento BES e tu sei convinto che tuo figlio ne abbia bisogno, ci sono tre strade. La prima è ottenere una valutazione clinica esterna (neuropsichiatra o psicologo specializzato in DSA): se emerge una diagnosi, il PDP diventa obbligatorio per legge. La seconda è chiedere un colloquio formale con il Referente BES/DSA della scuola, presentando per iscritto le osservazioni che giustificano la richiesta. La terza, in caso di stallo, è scrivere al Dirigente Scolastico chiedendo che la richiesta venga formalmente discussa in Consiglio di Classe e verbalizzata, anche con esito negativo motivato.

Quanto dura il PDP e va rinnovato ogni anno?

Il PDP ha validità di un anno scolastico. Va rivisto e aggiornato ogni anno dal Consiglio di Classe, in collaborazione con la famiglia. Per gli alunni con diagnosi di DSA o disabilità, la diagnosi clinica resta valida e non va rifatta ogni anno (salvo richieste specifiche dell'ASL); è il documento scolastico che si rinnova. Per i BES da svantaggio, ogni rinnovo è anche un'occasione per valutare se le condizioni che hanno motivato il PDP sono ancora presenti.

Posso chiedere io stesso l'attivazione di un PDP come genitore?

Sì, ma il modo dipende dalla situazione. Se il ragazzo ha una diagnosi di DSA o una certificazione di disabilità, basta consegnare il documento alla scuola: l'attivazione del PDP (o del PEI) diventa obbligatoria. Se invece non c'è alcuna diagnosi e si tratta di una richiesta di BES per svantaggio o per disturbi evolutivi non certificati, la decisione spetta al Consiglio di Classe, che valuta autonomamente sulla base di osservazioni psicopedagogiche. In questo secondo caso, il dialogo con i docenti e con il Referente BES della scuola è il primo passo da fare.

Conclusione: dal supporto scolastico all'autonomia di apprendimento

I Bisogni Educativi Speciali sono una conquista importante del sistema scolastico italiano. Riconoscere che ogni alunno può, in qualche momento del suo percorso, avere bisogno di una didattica personalizzata significa accettare un principio fondamentale: non esiste un solo modo di imparare, e la scuola ha il dovere di adattarsi alla varietà dei suoi studenti, non il contrario.

La cornice normativa dei Bisogni Educativi Speciali, con il PDP, gli strumenti compensativi e le misure dispensative, garantisce a ogni ragazzo il diritto allo studio. È una rete di protezione che va conosciuta, attivata, e — se necessario — pretesa.

Ma per i ragazzi con DSA — in particolare per chi ha una diagnosi di dislessia — la cornice BES è una partenza, non un arrivo. Gestire una difficoltà a scuola è importante. Lavorare sulla mente del ragazzo per risolverla alla radice è un'altra cosa. Ed è possibile.

 
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