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Umberto Galimberti e la Dislessia: Ha Ragione o Torto?

Umberto Galimberti e le sue dichiarazioni sulla dislessia e i DSA a scuola

 Umberto Galimberti e la Dislessia: Ha ragione o torto? Scopri cosa c'è di vero nelle sue parole e cosa invece ignora completamente sui DSA.

"La scuola elementare sembra diventata una clinica psichiatrica". Sono le parole di Umberto Galimberti che hanno infiammato il dibattito sulla dislessia in Italia.

Da una parte genitori indignati. Dall'altra chi applaude il filosofo. Chi ha ragione?

La verità è più sfumata di quanto sembri. In questa guida analizziamo punto per punto le dichiarazioni di Galimberti sulla dislessia: dove sbaglia, dove coglie un problema reale, e qual è la terza via che nessuno sta considerando.

Se sei un genitore di un bambino con dislessia, probabilmente ti sei sentito ferito dalle parole di Galimberti. Oppure, in un angolo nascosto della mente, ti sei chiesto: "E se avesse ragione?"

Da una parte ti dicono che la dislessia esiste ed è riconosciuta dalla scienza. Dall'altra un filosofo famoso sostiene che è tutta un'esagerazione dei genitori.

Facciamo chiarezza una volta per tutte.

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Cosa Ha Detto Galimberti sulla Dislessia

A febbraio 2025, durante un evento sulla scuola organizzato da Confartigianato Vicenza, il filosofo e psicanalista Umberto Galimberti ha rilasciato dichiarazioni che hanno fatto esplodere la polemica.

Ecco i punti principali del suo intervento:

"La scuola elementare sembra che sia diventata una clinica psichiatrica. Sono tutti discalculici, disgrafici, dislessici, asperger, autistici... ma chi l'ha detto?"

Secondo Galimberti, l'aumento delle diagnosi di DSA sarebbe dovuto principalmente a:

  • Genitori che cercano "scorciatoie" per facilitare il percorso scolastico dei figli
  • Una tendenza a "patologizzare le insufficienze"
  • Un sistema che preferisce etichettare piuttosto che educare

Il filosofo ha anche affermato che "ai tempi suoi" queste condizioni non esistevano: c'era semplicemente chi era più bravo e chi meno, e quest'ultimo "si esercitava e diventava bravo".

Le reazioni sono state immediate e polarizzate. Migliaia di genitori si sono sentiti offesi. Altri hanno applaudito il coraggio di "dire le cose come stanno".

Ma cosa c'è di vero in queste affermazioni? Analizziamole punto per punto.

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Dove Galimberti Ha Torto

Partiamo da ciò che nelle dichiarazioni di Galimberti sulla dislessia è oggettivamente sbagliato.

โŒ ERRORE 1: "Ai miei tempi non c'erano"

La dislessia non è un'invenzione moderna. Il primo caso documentato risale alla fine dell'800. Gli studi scientifici sistematici sono in corso dagli anni '60. "Ai tempi di Galimberti" la dislessia esisteva eccome — semplicemente veniva ignorata. Quei bambini erano etichettati come "stupidi", "svogliati" o "asini", e spesso abbandonavano la scuola. Non è che stessero meglio: stavano peggio, in silenzio.

โŒ ERRORE 2: "Colpa dei genitori"

I genitori non rilasciano diagnosi. Una certificazione DSA richiede valutazioni approfondite da parte di équipe specializzate: neuropsichiatri, psicologi, logopedisti. Non basta "chiedere" per ottenerla. Chi ha vissuto il percorso diagnostico sa quanto sia lungo, faticoso e tutt'altro che una "scorciatoia".

โŒ ERRORE 3: "Insegnanti di sostegno per i dislessici"

Questo è un errore fattuale grave. I ragazzi con DSA NON hanno diritto all'insegnante di sostegno. La Legge 170/2010 prevede strumenti compensativi e misure dispensative, non il sostegno. Confondere DSA e disabilità significa non conoscere la materia di cui si parla.

โŒ ERRORE 4: "La dislessia è una patologia psichiatrica"

La dislessia NON è una malattia psichiatrica. Non è nemmeno una malattia. È un Disturbo Specifico dell'Apprendimento — un modo diverso in cui il cervello elabora le informazioni. Non ha nulla a che fare con l'intelligenza (spesso i dislessici hanno QI superiore alla media) né con problemi psicologici.

In sintesi: Galimberti parla di dislessia commettendo errori fattuali basilari. Questo non significa che tutto ciò che dice sia sbagliato — ma la premessa è viziata da una conoscenza superficiale del tema.

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Dove Galimberti Ha (in Parte) Ragione

Detto questo, liquidare completamente le parole di Galimberti sarebbe un errore. Perché, seppur in modo confuso e impreciso, tocca un nervo scoperto del sistema.

โœ“ PUNTO VALIDO 1: Il rischio di "medicalizzazione"

È vero che esiste una tendenza a cercare etichette diagnostiche per ogni difficoltà. Non tutte le difficoltà scolastiche sono DSA. A volte un bambino fa fatica semplicemente perché ha bisogno di più tempo, di un metodo diverso, o di un ambiente più sereno. La diagnosi dovrebbe essere l'ultimo passo, non il primo.

โœ“ PUNTO VALIDO 2: L'approccio compensativo crea dipendenza

Questo è il punto più importante — e quello che Galimberti sfiora senza centrare. Il sistema attuale, dopo la diagnosi, offre principalmente strumenti compensativi: computer, sintesi vocale, mappe, tempi aggiuntivi. Strumenti utili, certo. Ma che non risolvono il problema — lo aggirano. Il bambino resta dipendente da questi strumenti per sempre.

โœ“ PUNTO VALIDO 3: Il sistema spesso non risolve

Molti genitori, dopo anni di diagnosi, PDP, strumenti compensativi e ripetizioni, si ritrovano con un figlio che ancora non legge in autonomia. È lecito chiedersi: tutto questo apparato sta davvero aiutando? O sta solo "gestendo" il problema senza risolverlo?

Galimberti coglie un disagio reale. Ma sbaglia diagnosi e terapia: il problema non è che "ci sono troppi DSA". Il problema è cosa facciamo dopo la diagnosi.

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Il Vero Problema che Galimberti Non Vede

Il dibattito scatenato da Galimberti si è polarizzato su una domanda sbagliata: "Ci sono troppi DSA o no?"

La domanda giusta è un'altra: cosa succede dopo la diagnosi?

IL PERCORSO TIPICO OGGI:

1. Il bambino fa fatica a scuola

2. Valutazione → Diagnosi di DSA

3. PDP con strumenti compensativi e misure dispensative

4. Il bambino usa il computer, ha tempi aggiuntivi, usa mappe

5. Anni dopo: il bambino dipende ancora da questi strumenti

Questo è ciò che Galimberti intuisce ma non riesce ad articolare: il sistema attuale compensa le difficoltà, non le risolve.

È come dare le stampelle a qualcuno che potrebbe imparare a camminare. Le stampelle aiutano nell'immediato, certo. Ma se le usi per sempre, non camminerai mai da solo.

Compensare Risolvere
Aggira la difficoltà Affronta la causa
Crea dipendenza dagli strumenti Costruisce autonomia
Il problema resta Il problema si riduce
Soluzione a vita Percorso con una fine

La vera domanda non è: "Ci sono troppi DSA?"
La vera domanda è: "Perché dopo anni di supporto questi bambini non sono ancora autonomi?"

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La Terza Via: Né Negare Né Medicalizzare

Il dibattito su Galimberti e la dislessia si è ridotto a due posizioni estreme:

Posizione 1 (Galimberti): "La dislessia è esagerata, tornate a studiare come una volta"

Posizione 2 (Sistema attuale): "La dislessia è per sempre, servono strumenti compensativi a vita"

Entrambe sbagliano.

Esiste una terza via che nessuno dei due schieramenti considera:

โœ“ Riconoscere la dislessia per quello che è

Non una malattia. Non un'invenzione. Ma un diverso funzionamento cognitivo — un cervello che elabora le informazioni in modo più visivo, globale, per immagini. Non è un deficit: è una differenza.

โœ“ Lavorare CON questo funzionamento, non contro

Invece di forzare il bambino a leggere "come gli altri", si può insegnargli a usare il suo modo di pensare — visivo, per immagini — come risorsa. Non compensare la differenza: sfruttarla.

โœ“ Puntare all'autonomia, non alla dipendenza

L'obiettivo non è "gestire" la dislessia per sempre. È permettere al bambino di leggere, studiare, comunicare in autonomia — senza dipendere da strumenti esterni.

Questa è la filosofia del Metodo DysWay: non negare la dislessia come Galimberti, né medicalizzarla come il sistema. Ma trasformarla da ostacolo a risorsa.

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Cosa Significa Davvero Aiutare un Bambino Dislessico

Se il dibattito Galimberti ti ha confuso, ecco cosa conta davvero per tuo figlio.

โŒ NON basta la diagnosi

La diagnosi è utile per capire. Ma non risolve nulla da sola. È solo il punto di partenza, non l'arrivo.

โŒ NON bastano gli strumenti compensativi

Computer, mappe, sintesi vocale sono stampelle utili. Ma se l'obiettivo è che tuo figlio cammini da solo, le stampelle non bastano.

โŒ NON bastano le ripetizioni tradizionali

Far ripetere le stesse cose nello stesso modo a un cervello che funziona diversamente non produce risultati. È come parlare più forte a qualcuno che parla un'altra lingua.

โœ“ Serve un metodo che rispetti come funziona il suo cervello

Il cervello dislessico pensa per immagini. Elabora in modo globale, non sequenziale. Vede il quadro d'insieme prima dei dettagli.

Un metodo efficace usa queste caratteristiche come punti di forza — non cerca di cambiarle.

โœ“ L'obiettivo deve essere l'autonomia completa

Cosa significa "aiutare davvero" un bambino dislessico?

  • Che legga da solo, senza sintesi vocale
  • Che studi da solo, senza qualcuno che gli legga
  • Che comprenda da solo, senza mappe fatte da altri
  • Che si esprima da solo, con sicurezza

Questo è possibile. Non per tutti nello stesso modo, non con gli stessi tempi. Ma l'autonomia è un obiettivo raggiungibile — se si usa il metodo giusto.

Il Metodo DysWay ha aiutato centinaia di bambini a raggiungere l'autonomia completa nella lettura e nello studio — in media in 3 mesi, con primi risultati già a 3-4 settimane.

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FAQ su Galimberti e la Dislessia

Galimberti ha ragione sulla dislessia?

In parte. Galimberti sbaglia quando nega l'esistenza della dislessia o la attribuisce ai genitori. Ma coglie un problema reale: il sistema attuale spesso compensa senza risolvere. La soluzione però non è tornare indietro, ma andare oltre la compensazione.

La dislessia è un'invenzione moderna?

No. Il primo caso documentato risale al 1896. Gli studi scientifici sistematici sono in corso dagli anni '60. Quello che è cambiato è la capacità di riconoscerla — prima i bambini dislessici venivano semplicemente etichettati come "stupidi" o "svogliati".

Ci sono davvero troppi DSA in Italia?

Le diagnosi sono in aumento, ma questo riflette principalmente una maggiore capacità di riconoscimento. La domanda più importante non è "quanti sono" ma "cosa facciamo per aiutarli davvero".

Come rispondere a chi dice che "ai suoi tempi non c'erano"?

C'erano eccome. Semplicemente non venivano riconosciuti. Quei bambini erano gli "asini" della classe, quelli che "non si applicano", quelli che abbandonavano la scuola. Non stavano meglio — stavano peggio, in silenzio.

La diagnosi DSA è una scorciatoia?

No. Ottenere una diagnosi richiede valutazioni approfondite da équipe specializzate. Non basta "chiederla". Inoltre i DSA non hanno insegnante di sostegno — hanno solo strumenti compensativi che comunque richiedono impegno per essere utilizzati.

I dislessici hanno l'insegnante di sostegno?

No. Questo è un errore comune (fatto anche da Galimberti). La Legge 170/2010 prevede strumenti compensativi e misure dispensative per i DSA, non l'insegnante di sostegno. I DSA non sono una disabilità.

Si può superare la dislessia?

La dislessia come caratteristica neurologica non "scompare". Ma le difficoltà che causa possono essere superate. Con il metodo giusto, un bambino dislessico può raggiungere l'autonomia completa nella lettura e nello studio.

Gli strumenti compensativi sono sbagliati?

Non sono sbagliati — sono insufficienti se usati come unica soluzione. Sono utili come supporto temporaneo, ma l'obiettivo dovrebbe essere l'autonomia, non la dipendenza permanente da questi strumenti.

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Conclusione — Galimberti, la Dislessia e la Verità nel Mezzo

Il caso Galimberti ha diviso l'Italia. Ma forse la divisione è il vero problema.

Galimberti sbaglia quando nega la dislessia, la attribuisce ai genitori, confonde DSA e disabilità. Parla di un tema che non conosce a fondo.

Ma coglie un disagio reale: il sistema attuale non funziona come dovrebbe. Troppe diagnosi senza soluzioni. Troppa compensazione senza risoluzione. Troppi bambini che dopo anni di supporto non sono ancora autonomi.

La risposta non è tornare a ignorare la dislessia. E non è nemmeno accettare che sia "per sempre".

La risposta è una terza via:

  • Riconoscere la dislessia come diverso funzionamento, non come malattia
  • Lavorare con le caratteristiche del cervello visivo, non contro
  • Puntare all'autonomia completa, non alla dipendenza dagli strumenti

Se sei un genitore confuso dal dibattito, sappi questo: tuo figlio può farcela. Non deve restare prigioniero della diagnosi. Non deve dipendere per sempre da computer e mappe.

Esiste un percorso verso l'autonomia. E inizia con una scelta: smettere di compensare e iniziare a risolvere.

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